Una brevissima analisi del pregiudizio antisemita
Pubblicato da Elena Lattes alle 08:58 in Current Affairs, Pregiudizi, Storia

Uno storico del futuro, che intendesse ricostruire le posizioni dell’opinione pubblica europea, nel secolo scorso e al giorno d’oggi, nei confronti di ebrei ed ebraismo, si troverebbe, probabilmente, in difficoltà di analisi.
Nel valutare la consistenza dell’antisemitismo fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tale storico dovrebbe prendere atto che questo pregiudizio aveva una larghissima e palese diffusione, non solo nella Germania nazista e nei Paesi a essa alleati, ma, sia pure con diversa intensità, pressoché ovunque. Apertamente sostenuta dalla Chiesa, fatta propria da molti fra i più eminenti intellettuali europei, accolta e alimentata dal pensiero marxista e rivoluzionario così come da quello conservatore e liberale, l’ostilità contro gli ebrei, a tutti i livelli, rappresentava un sentimento del tutto rispettabile: nessuno doveva vergognarsi nel manifestarla, né nel tradurla in azioni conseguenti.
Con la caduta, nel ’45, dei suoi più potenti ‘sponsor’, e la vittoria delle forze a loro antagoniste, l’antisemitismo è diventato, improvvisamente, un tabù. Esternare sentimenti antiebraici inscriveva, automaticamente, nel novero degli sconfitti, e solo pochi ‘audaci’ nostalgici, “duri e puri”, trovavano il coraggio di farlo, sfidando la generale riprovazione. La Chiesa cambiava linguaggio, un ampio repertorio di giudizi e commenti veniva escluso dall’ambito della cultura ‘ufficiale’, per essere relegato nel terreno ‘inferiore’ delle battutine da strada e da osteria.
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