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Feb 10 9

Sionismo e antisionismo nel mondo arabo

Pubblicato da Elena Lattes alle 08:58 in Current Affairs, Pregiudizi, Religion, Storia


Il declino della Cristianità sotto l'Islam

Di primo acchito può sembrare aberrante classificare tra i nazionalismi dhimmi il movimento sionista, la cui formulazione politica moderna si è sviluppata in seno al giudaismo europeo. Tuttavia è bene ricordare che tutti i nazionalismi dhimmi nacquero in Europa e che le loro lotte partirono o da centri operativi situati al di fuori del dar al-islam o dalle province semi-indipendenti. Occorre altresì precisare che la dhimmitudine è una nozione connessa a un territorio conquistato con il jihad: ogni popolo non musulmano è infatti destinato a diventare dhimmi se continua a vivere in una patria soggetta alla legge islamica, di per sé generatrice di dhimmitudine. Il sionismo quindi si configura come un nazionalismo dhimmi se mira a liberare la Palestina dalle leggi del jihad per ripristinarvi l'indipendenza della popolazione indigena e non musulmana.

Sin dal XVI secolo l'idea di un ritorno del popolo ebraico nella sua terra - preannunciato dai suoi profeti, antesignani della Rivelazione cristiana - aveva alimentato, specialmente nei paesi protagonisti della Riforma, un sionismo cristiano fondamentalista parallelo al messianismo ebraico. Questa corrente avrebbe corroborato i movimenti di liberazione dei popoli dhimmi nel XIX secolo.

Proprio come i nazionalismi balcanici, anche il sionismo assunse in primo luovo la forma di un rinnovamento culturale. Linguisti come Eliezer Ben Yehuda e poeti come Hayyim Nahman Bialik riportarono in vita e modernizzarono l'ebraico. Gli specifici problemi legati alla dispersione del popolo ebraico furono ridefiniti in termini politici da pensatori e politologi come Yehudah Leib Pinsker, Theodor Herzl e Ahad Ha'am. In alcune comunità dell'Est europeo, ancorate al letteralismo talmudico e soggette a un rabbinato dispotico, il sionismo politico, ibemvuto delle teorie socialiste e laiche del XIX secolo, divenne un fermento rivoluzionario e di liberazione. Il recupero delle dimensioni nazionali da parte delle varie comunità si compì, come nei millet europei, attraverso i rigetto di una tirannide religiosa che, all'interno del popolo disperso, aveva colamto l'assenza del potere accentratore di uno Stato sovrano. In alcune comunità dello shtetl (Europa dell'Est), controllate da un rabbinato onnipotente *, il sionismo laico fu aspramente combattuto dalle autorità religiose perché sminuiva il loro ascendente sulle congregazioni.

In Oriente invece l'assenza di un risorismo fanatico all'interno delle comunità ebraiche evitò la rottura tra religione e sionismo politico. Quest'ultimo si inserì in modo naturale nelle aspirazioni storico-religiose delle popolazioni. Le difficoltà venivano dall'ambiente islamico, contrariamente a quanto accadeva in Europa, dove l'antisionismo emergeva in seno allo stesso mondo ebraico, tra ortodossi, assimilazionisti, bundisti e comunisti, mentre le reazioni dei non ebrei andavano dall'indifferenza all'incoraggiamento.

Se il Sionismo fu percepito come un movimento esclusivamente europeo, diò è dovuto al fatto che la specificità della condizione dhimmi, con le sue componenti di insicurezza e di tragica vulnerabilità, fu occultata. Il sultano ottomano aveva dichiarato che non avrebbe fatto della Palestina una seconda Armenia. Ovviamente, le velleità nazionalistiche degli ebrei nelle piccole comunità isolate e sporadiche del suo immenso Impero sarebbero state stroncate con maggior ferocia di quanto non fosse accaduto con il nazionalismo armeno, che pure era ben organizzato e armato dalla vicina Russia. Il massacro dei nazionalisti ebrei del dar al-islam, privi di qualsiasi protezione, il prezzo di sangue da pagare per la libertà. Prigionieri di questa realtà, essi evitarono di schierarsi apertamente per il sionismo, poiché perfino nell'epoca di transizione rappresentata dalla colonizzazione europea essi rischiavano la vita. Del resto, di ciò si ebbe un'ulteriore cocnferma quando i paesi arabi decretarono il sionismo un crimine passibile della pena capitale.

Tuttavia furono elaborate altre forme di partecipazione clandestina o camuffata, anche se in Oriente non emersero certi tratti specifici del sionismo occidentale, come il fallimento dell'assimilazione, esemplificato alla fine del XIX secolo dall'affaire Dreyfus. E' evidente però che un "affaire Dreyfus" non avrebbe mai potuto verificarsi in Oriente, dove nessun ebreo o cristiano aveva accesso a cariche importanti in uno stato maggiore musulmano. A maggior ragione, mai un paese islamico sarebbe stato così turbato, come lo fu la Francia, dall'ingiusta condanna inflitta a un ebreo o a un cristiano, e perfino a un musulmano. Lo studio del Sionismo in Oriente progredirebbe certamente se smettesse di riferirsi in modo esclusivo agli schemi occidentali, estranei al fenomeno, per esaminare invece gli elementi storici e politici del rapporto dar al-islam-dhimmi e le sue modalità di sviluppo. Da questi aspetti emerge che la liberazione di una "terra di dhimmitudine", la Palestina, soggetta alle regole di conquista del jihad, non poteva essere inesscata dall'esterno del dar al-islam - com'era accaduto per altri popoli, in particolare per gli armeni - e che tale ruolo spettava all'ebraismo occidentale.

Secondo Volney, alla fine del XVIII secolo la popolazione della Palestina ammontava a circa 300.000 abitanti, cifra che, nel secolo seguente, aumentò in seguito all'arrivo dei musulmani in fuga dall'Europa. Nel 1878, infatti, una legge ottomana aveva decretato l'assegnazione di terre palestinesi ai coloni islamici, insieme a dodici anni di esenzione dalle tasse e dal servizio militare. Così, nella zona del monte Carmelo, in Galilea, nella piana di Sharon e a Cesarea furono assegnati appezzamenti di terra ai musulmani slavi dell'Erzegovina e della Bosniaa; i georgiani furono insediati nella regione di Qunaytra, sulle alture del Golan, e i marocchini in bassa Galilea. In Transgiordania e in Galilea i turkmeni, i circassi e i cerkessi, che fuggivano la russificazione della Crimea, della Caucasia e del Turkestan, si ricongiunsero alle tribù che li avevano preceduti nel XVIII secolo stabilendosi ad Abu Ghus, presso Gerusalemme. Inoltre, intorno agli anni '30, circa 18.000 fellah egiziani erano emigrati a Gerico, Giaffa e Gaza, e nel 1830, in seguito all'occupazione francese, migliaia di algerini, guidati dall'emiro Abd al-Qadir, avevano scelto l'esilio insediandosi in Siria, sulle alture del Golan, in Galilea e a Gerusalemme. **

Sempre in Terra Santa, le popolazioni cristiane indigene o immigrate dal Levante e dalla Grecia potevano contare sulla protezione europea o russa, che invece mancava agli ebrei palestinesi. Dopo la guerra di Crimea, infatti, furono decretate consistenti concessioni territoriali alla Francia in favore dei cattolici, all'Inghilterra per i protestanti, all'Austria per i luterani, alla Russia per gli ortodossi e gli armeni.

Nel 1887 il divieto di emigrare in Palestina, di risiedervi, di acquistarvi terreni e di vivere a Gerusalemme fu applicato soltanto agli ebrei, sia stranieri che raya, ma non ai cristiani né ai musulmani. Tuttavia, gli sforzi del sultano per fermare il ritorno degli ebre in Palestina furono in parte inefficaci. Infatti la proibizione ai soli ebrei europei - e non ai cristiani - di visitare la Palestina, di insediarvisi e di acquistarvi terre era il frutto di una discriminazione religiosa assente dalle capitolazioni siglate tra la Porta e gli Stati europei. Fu in virtù di tali trattati, stipulati tra i sultanti ottomani e i paesi occidentali sulla base della reciprocità, che gli ebrei europei poterono intraprendere questa prima e cruciale fase della lotta sionista, mentre quelli residenti nei paesi islamici - sudditi ottomani e non - essendo privi di tale requisito, furono respinti. (...) Nell'antisionismo arabo è opportuno distinguere la corrente islamica da quella cristiana, in quanto la loro ideologia e i loro scopi sono fondamentalmente diversi (...)

Da "Il declino della Cristianità sotto l'Islam" di Bat Ye'or, ed. Lindau

* Ritengo che le cause di opposizione al sionismo, da parte dei più religiosi in alcuni shtetl siano state molteplici e variegate: oltre alla paura di perdere un potere (piuttosto effimero, vista l'estrema povertà dei villaggi e la condizione di sudditi senza alcuna influenza politica, soprattutto nell'impero zarista e in quello sovietico poi), sicuramente contribuirono la fede in uno Stato futuro fondato non dagli uomini, ma dal Messia stesso; il timore di uno Stato ebraico laico e la conseguente tendenza ad abbandonare le tradizioni; probabilmente, anche la paura dell'ignoto e dei pericoli a cui andavano incontro coloro che abbandonavano il piccolo villaggio e la piccola comunità per avventurarsi in lunghissimi viaggi (non c'erano aerei, traghetti superveloci, eurostar, ecc. ecc.), senza essere certi di riuscire ad arrivare in un'altra terra che era altrettanto ostile.

** a questo proposito è interessante analizzare i cognomi dei palestinesi (attuali), come è stato fatto qui

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