Abbattere i pregiudizi

La chiamano la rivoluzione del sole. Una nuova frontiera
energetica. Che viene dopo quella dell'acqua, del deserto fiorito, dei kibbutz collettivisti. Israele lancia il primo, grande investimento per sfruttare l'energia solare in larga scala.
Nel deserto del Negev, nel profondo sud di Arava. Un accordo con una quindicina fra le più grosse comuni agricole e un obbiettivo che non ha eguali in questa parte di mondo: soddisfare almeno il 20 per cento del fabbisogno
nazionale, sognando un giorno di coprire anche il 40 per cento della domanda.
Il progetto, gestito dal gruppo Apc (Arava power Company), è un investimento da tre miliardi di dollari (ma s'arriverà anche a 30 miliardi nei prossimi dodici anni) e passa attraverso la più tradizionale delle cellule produttive d'Israele: i kibbutz, appunto, le prime forme di «socialismo» agricolo. Che furono introdotti sessant'anni fa in Medio Oriente e adesso, dopo la
diversificazione dalle arance alle materie plastiche e all'elettronica, entrano nell'era dei gigawatt.
IL PRIMO IMPIANTO 35 ANNI FA - Lo sfruttamento dell'energia solare in Israele risale ad almeno 35 anni fa, quando a Ketura fu impiantato il primo centro
agricolo alimentato soltanto dai pannelli. Oggi i kibbutz sono 256 e le 160mila persone che vivono in queste comuni, il 3,3 per cento della popolazione
ebraica, spesso hanno solo un pallido ricordo di quel che fu l'esperienza del 1948, quando vi partecipavano 700mila israeliani e la condivisione dei mezzi di
produzione, la redistribuzione del reddito erano ancora considerate una «possibile utopia». Messi in crisi dal declino dell'ideologia, dalle privatizzazioni, dal cambio generazionale, in questi giorni i kibbutz sono
tornati di moda nei commenti sulla grande crisi finanziaria mondiale, sul ritorno a un «socialismo» produttivo. La rivoluzione del sole sarà il nuovo
avvenire?
Francesco Battistini sul Corriere della Sera