Abbattere i pregiudizi
Alle tre di un martedì notte il Levontin7 trasuda adrenalina da jam session. Ruslan Gross, il ventinovenne leader dei Kruzenshtern&Parohod, lucida il clarinetto e lo ripone nella custodia. «Siamo l’icona della società israeliana contemporanea», dice. Ruslan è ungherese. Igor, il bassista, tagiko. Olga ha imparato a suonare la fisarmonica in Bielorussia. Guy, il mago della batteria, è nato in Erez Israel, un sabra, indigeno doc. Cinque anni fa hanno fondato i K&P, una sfida al punk tradizionale a colpi di balalaika, ritmo hardcore, aggressività rock e lirismo klezmer. Oggi sono star. Giovani, scapigliati, consapevoli di vivere in un Paese in divenire come i ragazzi che prima di rincasare consumano l’ultima birra al bancone del Levontin7, il tempio della musica alternativa live nel cuore di Gan HaHashmal, uno dei quartieri trendy di Tel Aviv. Per scoprire il volto meno noto d’Israele bisogna scendere in questo scantinato ispirato alla Knitting Factory di New York, dove l’antico idealismo sionista lascia il posto al bisogno di normalità, la genealogia alla contaminazione, l’ebreo del nuovo millennio riscopre l’identità errante di un secolo fa, meticcia, proiettata verso un modello aperto di società mediorientale.
«Abbiamo cominciato facendo musica ebraica tradizionale e poi siamo passati all’underground, jazz-rock, melodie sperimentali», continua Ruslan, barbetta rada, capelli corti, jeans e maglietta nera appesi sul fisico mingherlino, un musico uscito da un quadro di Chagall. Il leader dei K&P racconta un percorso simile, per irregolarità e gimkana tra etichette indipendenti, a quello dei Boogie Balagan, gli Habiluim apostoli del polka-rock, SHI360, gli altri tre performer israeliani che insieme a lui si esibiscono oggi alle 21 all’Arena Civica di Milano per «Pass-Over!», il concerto gratuito ospite del Milano Jazzin Festival, organizzato dall’associzione culturale Israele60.
Anche i Boogie Balagan, il gruppo franco-israeliano rivelazione del 2008 che arriva in Italia con l’album d’esordio Lamentation Waloo, sono passati dal Levontin7. Anche loro fondono diverse lingue come Shai Haddad, in arte SHI360, 31 anni, rapper, dj, autore del primo programma radiofonico israeliano dedicato all’hip hop insieme a Subliminal, l’Eminem di Tel Aviv. «Sono nato da una famiglia ebrea marocchina, cresciuto in Canada, mi sono formato negli Stati Uniti. Sei anni fa ho trovato la mia identità in Israele», dice SHI360, dita inanellate, cascate di catene al collo, scarpe gialle, fucsia, verdi. L’acronimo sta per Supreme Hebrew Intellect a 360 gradi, un cerchio come il giro del mondo compiuto per tornare a casa, la Terra Promessa.
La musica israeliana vive la sua primavera. Sono cantanti e gruppi meno politici, in senso tradizionale, dei già popolari Aviv Geffen e Idan Raichel, ma più trasgressivi della gettonatissima Yael Naim. I Boogie Balagan musicano la loro adolescenza a Gaza con gli amici/nemici palestinesi e sognano un passaporto palestisraeliano. SHI360, il «conscious rapper», sincopa il disagio sociale e la violenza sui bambini ripetendo «Kullam rozim haemet», «Tutti vogliono la verità». Gli HaBiluim ironizzano sulla vita dei connazionali, nevrotici, innamorati di grandi ideali, avvelenati dalla guerra. Gross e il bassista-compositore Igor preferiscono il silenzio, «musica senza parole per rappresentare la frammentazione creativa della società israeliana». Gli organizzatori di «Pass-Over!» hanno un solo rammarico, l’assenza dei Dam, il più famoso gruppo hip hop palestinese. «Ci dispiace che non abbiano voluto partecipare», spiegano. Il concerto festeggia i sessant’anni di Israele, un Paese articolato come il calendario del Levontin7, come i suoi musicisti, compresi quelli che non hanno voglia di spegnere le candeline.
Da La Stampa